MAIORANA...CHI ERA.
Nelle cronache dimenticate degli ultimi quarant'anni non c'è forse
pagina più fitta d'incognite, di interrogativi senza risposta, del cosiddetto
« caso Majorana». Per tentare di dipanarne il mistero e di giungere alla
radiografia di questo inquietante episodio è stato necessario interrogare
uomini e documenti, accostare fra loro notizie senza apparente relazione, dati
non sempre combacianti. Ne è emerso un quadro - quello che trascriviamo - di
cui è difficile, forse impossibile, fornire la chiave interpretativa.
Roma, 30 marzo 1938: il capo della polizia fascista Bocchini viene
convocato personalmente dal Duce, da cui riceve un importante incarico:
ritrovare Ettore Majorana.
Chi è questo Majorana?
Sul tavolo di Mussolini
c'è una lettera del più giovane Accademico d'Italia, il fisico Enrico Fermi:
« Non esito a dichiarare che, fra tutti gli studiosi italiani e stranieri,
Majorana è quello che per profondità d'ingegno mi ha maggiormente colpito.
Egli ha al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico
teorico di gran classe
Scriverà di lui la moglie di Fermi: « Era un prodigio in
matematica ed un portento per la profondità e la forza del pensiero».
« È il primo fisico d'Europa» , l'aveva definito il professor
Orso Mario Corbino quando Ettore aveva da poco compiuto ventiquattro anni.
Una delle poche immagini di Ettore Majorana Nato a Catania nel l906, Ettore Majorana aveva dimostrato sin da
bambino di possedere un'intelligenza prodigiosa: a cinque anni calcolava a mente
quanto carbone avrebbe bruciato una nave per compiere un certo viaggio. A sette
si laureò campione provinciale di scacchi. A nove anni, restando nascosto sotto
il tavolo del salotto, stupiva lo zio Quirino, docente di fisica, gridandogli il
risultato delle estrazioni di radici cubiche che calcolava a memoria.
Nel l926 Ettore stava studiando ingegneria, frequentava l'ultimo
anno del Politecnico a Roma, quando I'amico e collega di studi Emilio Segrè,
che dal Politecnico era passato alla Facoltà di Fisica, cercò di trascinare in
Fisica anche Ettore: « Vieni » gli disse un certo giorno « ti
faccio conoscere Enrico Fermi. Ti entusiasmerà ».
Andarono. Fermi studiò a lungo e in silenzio Ettore, più giovane
di lui di qualche anno, gli parlò delle più recenti teorie della fisica e gli
mostrò una complicata tabella di valori calcolata durante un ciclo di studi e
di esperimenti. L'indomani Majorana tornò da Fermi. Gli chiese di vedere ancora
la tabella dei valori, la confrontò con un foglietto di quaderno zeppo di cifre
che aveva portato con sé, poi concluse: « Sì, li ha calcolati esattamente...
».
L'incontro tra Fermi e Majorana segnò l'inizio della collaborazione
del giovane matematico siciliano alle affascinanti ricerche che, con povertà di
mezzi pari alla ricchezza d'ingegno e di entusiasmo, conducevano nella scuola di
fisica di via Panisperna, concepita e realizzata dal professor Corbino, quel
gruppo di giovanissimi noti allora sotto il nome di « ragazzi di via Panisperna
».
Con gli anni quei « ragazzi » si sarebbero rivelati formidabili pensatori
e ricercatori tenendo a battesimo le prime utilizzazioni dell'energia nucleare.
Si chiamavano Fermi, Segrè, Amaldi, Rasetti, Pontecorvo.
Nel laboratorio di fisica di via Panisperna, Majorana è l'unico
capace di tener testa a Fermi. Un giorno si sfidano a trovare la soluzione di un
difficile problema. Fermi ha carta, matita e un regolo calcolatore, Majorana
nulla: arrivano alla soluzione nello stesso tempo.
Era un prodigio di matematica, - ricorda Laura Fermi - se c'era Majorana
nessuno si prendeva la briga di fare calcoli, bastava chiederli a lui:
Ad ogni domanda Majorana aggrottava le sopracciglia, muoveva
rapidamente le labbra, sollevava la testa e dava la risposta esatta, senza cavar
le mani dalle tasche dove le portava sprofondate per abitudine.
In quel periodo Majorana pensava sempre, ovunque: in tram, per la
strada. Il suo cervello era un vulcano, gli venivano in mente ogni momento nuove
idee, soluzioni di problemi prima insoluti o spiegazioni di risultati provati,
sperimentalmente, in laboratorio: allora si fermava di colpo, si frugava in
tasca alla ricerca di un involucro di sigarette, di una scatola di cerini, di un
biglietto di tram su cui scarabocchiare formule complicate. Ma invano Enrico
Fermi lo spinge a pubblicare i suoi risultati. « Perché dovrei farlo » è
solito ripetere Majorana « è tutta roba da bambini ». Poi, fumata l'ultima
sigaretta o consumato l'ultimo cerino, accartoccia il pacchetto o la scatola e
li getta via: Fermi ricorda di aver visto finire nel cestino della
cartastraccia, annotata sul solito pacchetto di « Macedonia », la stessa
teoria con cui, un anno più tardi, il tedesco Werner Heisenberg avrebbe
conquistato il Premio Nobel.
Ma del resto anche quando nel l957 i fisici cinesi, naturalizzati
americani, Lee e Yang, ottennero il Nobel per la loro teoria sulle particelle
elementari, ci si accorse in ritardo che la stessa teoria era stata formulata
trent'anni prima dal siciliano Ettore Majorana.
Nel l933 Majorana redige per l'Accademia dei Lincei una « Teoria
del nucleo atomico » con cui ottiene una borsa di studio in Germania e
Danimarca. In quel periodo incontra Heisenberg a Gottinga e successivamente il
grande Niels Bohr, patriarca della fisica atomica, a Copenhagen.
Quando torna a Roma, Fermi lo incoraggia a proseguire quel filone di studi.
È questa la stagione di maggior fortuna dei « ragazzi di via
Panisperna » che stanno sperimentando la produzione di radioattività
artificiale mediante neutroni. Infatti, a partire dal fluoro, l'atomo di un dato
elemento, colpito dai neutroni, emette radioattività e « si trasforma »
nell'atomo dell'elemento successivo.
Ma quando Fermi ed i suoi ragazzi giungono a bombardare l'ultimo
elemento esistente in natura, il novantaduesimo, cioè l'uranio, si trovano di
fronte a un risultato addirittura sconcertante : anche l'uranio emette
radioattività e « si trasforma ». In che cosa se non esistono più elementi
dopo il 92? Così Fermi comincia a pensare, sia pure con molte riserve, di aver
prodotto o scoperto un nuovo elemento, il 93.
Chi mette fine ad ogni perplessità è il direttore dell'istituto di
fisica, Orso Mario Corbino che, geloso di assicurare una « vittoria » alla
scienza « fascista », annuncia pubblicamente la scoperta dell'elemento 93.
Lo scalpore è immenso: fisici di tutto il mondo inviano a Roma le loro
congratulazioni confermando un risultato che continua a lasciare scettico il
solo Fermi. Qualche mese più tardi il gruppo di via Panisperna compirà una
seconda esperienza fondamentale dimostrando - in una vasca di pesci rossi - che
l'idrogeno è in grado di moltiplicare la produzione di radioattività: un
principio su cui sarà basata, qualche anno più tardi, la costruzione della
prima pila atomica.
E proprio in questo periodo di successi che Majorana si isola dal
gruppo, diventa scorbutico, addirittura intrattabile. La pubblicazione di alcuni
suoi lavori gli ha procurato una meritata fama. Gli scrivono da tutto il mondo,
da Cambridge, da Yale, proponendogli cattedre, da Mosca, dal Giappone,
offrendogli la direzione di istituti. Respinge la corrispondenza scrivendoci
sopra: « Respinto per decesso del destinatario ». Passa settimane intere
chiuso nella sua stanza: il suo amico migliore, Edoardo Amaldi, che va a
trovarla in casa, è costretto a mandargli un barbiere. Sul suo tavolo libri di
economia politica, trattati sulla costruzione delle navi, opere di medicina.
Pagine di appunti gremite di fitte formule. E un romanzo di Pirandello, « Il fu
Mattia Pascal », storia di un uomo che tenta di cancellare la propria identità
per costruirsene una nuova.
Sempre nello stesso periodo, mentre il mondo scientifico continua a
parlare dell'elemento 93, una studiosa tedesca avanza un'assurda teoria : che
Fermi e i suoi non abbiano prodotto un nuovo elemento bensì « spaccato »
l'atomo di uranio liberandone l'energia. La spiegazione, bocciata come
inattendibile, rivelerebbe sconcertanti orizzonti: controllare l'enorme energia
che lega intimamente le particelle dell'atomo, l'energia atomica. È forse
questa prospettiva a terrorizzare Majorana e ad isolarlo dai suoi amici, dal
mondo? II suo comportamento è inconcepibile: pare che, per qualche misterioso
motivo, abbia timore di rivelare il risultato dei suoi studi.
« La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada
sbagliata » dirà più tardi, sul finire del '37, al professor Carrelli. Lo
ripeteva in famiglia, e il fratello Luciano ricorda vivida l'amarezza che lo
pervadeva: « Non era contento della fisica, cercava qualche cosa di più
semplice e di più universale ».
Ma vi sono altri seri motivi che possono aver contribuito a produrre
in lui questa crisi. Nel l934 muore infatti il padre di Ettore, che risentì il
luttuoso evento forse più degli altri fratelli, perché con la morte del padre
venne a mancargli il più sincero e affettuoso interlocutore.
« Sul turbamento del suo carattere » ricorda inoltre Laura
Fermi « dovette certamente influire un fatto tragico che aveva colpita la
famiglia Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore, era morto bruciato nella
culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente. Si parlò di delitto. Fu accusato
uno zio del piccino e di Ettore. Quest'ultimo si assunse Ia responsabilità di
provare I'innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente
del processo, trattò con gIi avvocati, curò tutti i particolari. Lo zio fu
assolto; ma lo sforzo, Ia preoccupazione continua, le emozioni del processo non
potevano non lasciare effetti duraturi in una persona sensitiva quale era Ettore
».
Per sottrarlo ad un isolamento che rischia di precipitarlo nella
pazzia, gli amici di via Panisperna cercano di fargli ottenere una cattedra. In
quei giorni anche Emilio Segrè ha vinto la cattedra di Fisica all'Università
di Palermo. Così, nel novembre del l937, Ettore Majorana, a soli trentun anni,
diventa professore di fisica teorica all'Università di Napoli, senza concorso,
per « chiara fama ». Quattro mesi più tardi scompare per sempre.
In quali circostanze? La cronaca della sua scomparsa rappresenta il
momento più indecifrabile di una vita piena di enigmi, irta di contraddizioni.
Niente di lui è stato più trovato. Tutte le ipotesi formulate all'epoca della
scomparsa sono ancor oggi drammaticamente valide. Ucciso? Suicida? Esule
volontario? Rapito? Smemorato? Attratto dall'intima quiete di un convento? Le
ultime ore di Ettore Majorana sono state accuratamente ricostruite, nei limiti
del possibile, dai fratelli, dai cugini, dalla Questura di Napoli, dalla
Capitaneria di Porto, dal Servizio Segreto.
A Napoli Majorana svolse alcune lezioni, una dozzina o poca più,
tra il disinteresse dei sei o sette studenti del corso (ma « quelle Lezioni del
l938 » ha dichiarato qualche tempo fa il fisico Bernardini « potrebbero essere
svolte ancor oggi. Sono attualissime. La fisica ufficiale se n'è accorta
soltanto nel l955 ».)
Poi improvvisamente, il 25 marzo, Majorana riscosse tutti gli
stipendi che non aveva mai ritirato da quando aveva ottenuto la cattedra, e
s'imbarcò sul postale diretto a Palermo.
Chi vide, chi incontrò a Palermo? Non lo si è mai saputo. Scese
all'albergo « Sole » e, su carta intestata dell'albergo, scrisse al professor
Carrelli, suo affettuoso amico nonché direttore della Facoltà di Fisica a
Napoli, una lettera drammatica:
...« Caro Antonio, ho deciso di togliermi la
vita. L'ho deciso perché non sento un'autentica necessità di stare al mondo e
credo che il mondo farà benissimo a mena di me. Sono molto stanco. Tu che mi
conosci, puoi comprendere che la mia delusione non è quella di una ragazza
ibseniana. Il problema è molto più arduo e profondo ».
Imbucò la lettera al mattino. La sera ebbe un ripensamento e
telegrafò allo stesso Carrelli: « Annullo notizia che ti ho dato. Scriverò
ancora ».
Invece non scrisse più. In giornata si era recato all'Università
per chiedere del suo amico Emilio Segrè, che però era assente. La sera Ettore
Majorana ripartì da Palermo col postale diretto a Napoli. A bordo s'incontrò
con il noto matematico palermitano professor Vittorio Strazzeri, col quale
scambiò qualche frase: L'indomani mattina Ettore fu scorto da due camerieri di
bordo in procinto di sbarcare. Non aveva bagaglio, solo una piccola borsa da
viaggio.
Intanto il professor Carrelli, che aveva ricevuto il telegramma per
lui incomprensibile e poi la lettera, informò il fratello di Ettore. Luciano
Majorana e Carrelli si precipitarono all'albergo « Bologna » di Napoli, dove
Ettore abitava. La camera era in ordine come egli I'aveva lasciata tre giorni
prima: le valige erano chiuse e ordinate sul tavolo, e sulla valigia più in
alto una lettera con un laconico indirizzo: « Per la mia famiglia ».
Conteneva lo stesso proposito suicida espresso al professore ma con una
motivazione più amara: « Io non voglio far male a nessuno, e perciò in
ogni caso non riprenderò l'insegnamento ».
In ogni caso: il suicidio non doveva dunque sembrargli irrevocabile.
Dalla camera non mancava quasi nulla, tranne I'abito che il fisico
aveva indosso al momento della scomparsa, alcuni libri, il denaro ritirato e,
particolare importante, il passaporto. Le ricerche condotte a Napoli furono
minuziosissime. I fondali del porto e poi quelli del golfo furono esplorati dai
palombari palmo a palmo finché, dopo quindici giorni, fu ritrovato negli uffici
della « Tirrenia » il tagliando-figlia del biglietto che Majorana aveva
consegnato allo steward scendendo dalla passerella. Non ci furono più dubbi:
Majorana era sbarcato a Napoli.
Enrico Fermi interessò direttamente Mussolini, sollecitando con una
lettera « le più febbrili ricerche dello scomparso ». Sul dossier
relativo al « caso Majorana » Mussolini scrisse di suo pugno a matita rossa:
« Voglio che si trovi ». Ma Majorana non fu trovato. Sono gli ultimi
elementi che l'indagine sulla scomparsa, interrotta tre mesi più tardi, riuscirà
a raccogliere. Ma la famiglia Majorana non si arrende, promette un cospicuo
premio di trentamila lire a chi darà notizie su Ettore, assume investigatori
privati; fa pubblicare la sua foto sulla « Domenica del Corriere » con una
descrizione somatica: « Di anni 3l, atto metri l,70, snello, capelli neri,
occhi scuri, una lunga cicatrice sul dorso della mano ».
Un padre gesuita riconosce la foto: Si, quel giovane distinto si è
presentato alla Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli, chiedendo di fare un
esperimento di vita religiosa... Gli hanno risposto di attendere, di
discuterne... Ha detto: « Grazie, scusi », e si è allontanato.
Allora le sorelle e la mamma di Ettore rivolgono una supplica a Pio
XII, da poco eletto papa, perché disponga che le ricerche siano svolte anche
nelle case religiose di clausura. Se furono svolte, tali ricerche non dettero
alcun esito.
È tutto quanto è dato sapere sulla scomparsa del fisico atomico
Ettore Majorana. Ma a questo punto cominciano le supposizioni, le illazioni, le
ipotesi.
Majorana si è gettato in mare. Com'è possibile se è stato visto
quando la nave era già in porto? Se lo avesse fatto dopo quel momento il mare
avrebbe certamente restituito il cadavere. È salito sulla circumvesuviana e, a
somiglianza di Empedocle, ha cercato l'oblio nel cratere di un vulcano: pura
ipotesi. Si è imbarcato su una nave per l'Oriente ed ha trovato rifugio in. un
monastero tibetano: nessuna prova. È stato rapito da una potenza straniera:
nessun elemento.
Dal l938 ad oggi si è parlato ancora del « caso Majorana ». Nel
l944, all'epoca della Repubblica di Salò, quando Mussolini fu messo al corrente
che insieme agli scienziati tedeschi che stavano lavorando in Germania alla
misteriosa arma segreta c'era un italiano. Mussolini ritenne trattarsi di
Majorana e scrisse a Filippo Anfuso, ambasciatore a Berlino, ordinandogli di
svolgere indagini per averne la conferma, il che gli avrebbe permesso di
rivalutare politicamente l'apporto dell'Italia nei confronti
dell'alleato-padrone. Il crollo della Germania interruppe un carteggio
Mussolini-Anfuso di cui non v'è più traccia.
Nel luglio del '46 la « Gazzetta di Losanna » rivelò che il
governo sovietico aveva tentato di venire in possesso dei quaderni di Majorana
(oggi depositati alla Domus Galileiana di Pisa).
L'ultima eco relativa al mistero dello scienziato catanese si ebbe
infine nel l965, quando una signora di Pistoia, Fiorenza Tebalducci, rivelò un
particolare sconosciuto della vita di Majorana. La donna affermò infatti di
avere conosciuto il giovane nel l934 a Firenze dove frequentavano insieme il
Circolo degli studenti. « Ogni volta che Ettore capitava a Firenze »
racconta Fiorenza Tebalducci « passava molte ore con me. Il nostro però non
era un flirt, ma soltanto una strana amicizia.
Lui infatti parlava pochissimo quando stavamo
insieme. Inoltre spesso mi lasciava sola per avvicinarsi a un gruppo di
stranieri che quasi sempre capitavano dove eravamo noi. lo alla fine mi
insospettii per questi strani incontri e rivelai i miei dubbi a mio fratello che
prestava servizio nei carabinieri. Qualche tempo dopo mio fratello mi disse che
i sospetti non erano infondati e che probabilmente ero usata come schermo dal
giovane scienziato
».
Queste affermazioni sono state però seccamente smentite dal
fratello di Ettore, il quale afferma che lo scienziato non andò mai a Firenze
nel periodo indicato dalla donna.
Forse la soluzione dell'enigma Majorana sta in questa frase
pronunciata da Enrico Fermi: « Se Ettore, con la sua intelligenza, avesse
deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe certamente
riuscito ».
La seconda domanda senza risposta è: perché? Perché era depresso,
vittima di un esaurimento nervoso? Perché aveva compreso che dietro gli
esperimenti di Roma si celava la chiave per la conquista dell'energia atomica?
Perché « sapeva già »? I fisici respingono questa ipotesi.
Qualche mese dopo la scomparsa di Majorana, Fermi, approfittando del
viaggio a Stoccolma per ritirare il suo premio Nobel, lasciava l'Italia per
sempre e raggiungeva gli Stati Uniti, dove avrebbe giocato un ruolo di primo
piano nella costruzione della bomba atomica.
In quei giorni uno scienziato tedesco, Otto Hahn, riusciva a
dimostrare che gli esperimenti dei « ragazzi di via Panisperna » erano stati
molto più importanti di quanto si fosse pensato: si era trattato di una «
scissione nucleare », il primo passo per la conquista dell'energia atomica.
Quali sarebbero state le conseguenze se tale spiegazione fosse stata evidente
prima del l938? Mussolini e Hitler avrebbero avuto per primi la bomba atomica?
Oggi Emilio Segrè risponde così: « Dio, per i suoi intenti
imperscrutabili, ci rese tutti ciechi ». E se Majorana avesse visto giusto sin
d'allora e avesse voluto scomparire, o ritirarsi in un luogo remoto, per non
collaborare alla costruzione di un mondo di cui, forse, il suo genio aveva
intuito la spietatezza? E un'ipotesi assurda cui non avremo mai la prova.
Opere
principali:
Reazione pseudopolare fra atomi d'idrogeno, in rendiconti d. Lincei, gennaio 1931;
Sulla formazione dello jone molecolare di elio, in Nuovo Cimento, gennaio 1931;
Teoria relativistica di particelle con momento intrinseco arbitrario, ibid.,dicembre 1932;
Atomi orientati in campo magnetico variabile,ibid., febbraio 1932;
Sulla teoria dei nuclei,Roma 1933;
Teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone,in Nuovo Cimento , aprile 1937.
Le notizie contenute in questo documento sono state tratte, integralmente, dall'articolo
"Il caso Majorana" apparso sulla rivista STORIA ILLUSTRATA n. 173
dell'aprile 1972 e scritto da Leandro Castellani.
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